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TECNICHE E MATERIALI

La struttura elementare del tappeto, le tecniche ed i materiali utilizzati per la loro creazione (materie prime, telai ed altri strumenti di lavoro, tessitura, annodatura, rasatura, colori, disegno e lavaggio).

SOMMARIO
LA STRUTTURA DEL TAPPETO

uc La struttura elementare di un tappeto prezioso annodato e tessuto con seta, argento o oro (che, opera di grandi artisti, è destinato all’arredamento di palazzi e moschee ed è di grandi dimensioni) oppure la struttura di un semplice tappeto di tribù e di villaggio, in lana, cotone o pelo di cammello, resta la stessa ed è formata dall’ordito, la trama e la controtrama, i nodi e il pelo (annodato a mano, fatto a mano). Ad essi si possono aggiungere i materiali, le tinture e i colori.
Alla creazione di un tappeto concorrono: le materie prime, i telai e altri strumenti di lavoro, la tessitura, l’annodatura, la rasatura, i colori, il disegno ed il lavaggio.

LE MATERIE PRIME

uc In alcune regioni si usano materiali quali lino, canapa, juta e fibra di cocco, ma si tratta di produzioni assolutamente particolari. Le principali materie prime usate nell’annodatura del tappeto sono tre: la lana, la seta (usata per lo più per esemplari di maggior finezza), il cotone. Riconoscere tali materiali è semplice. Basta toccarli! La lana, calda e pelosa; la seta, fine, liscia e scorrevole; il cotone, freddo e asciutto. Se al semplice tatto si hanno dei dubbi, si può ricorrere ad un semplice stratagemma, detto la prova del fuoco. Consistente nel bruciare una piccola parte della fibra che reagisce al fuoco in modo diverso a seconda della sua natura: la lana brucia lentamente scoppiettando e si fonde in un unico blocco che emana un odore simile a quello dei capelli bruciati; la seta non brucia a fiamma viva, ma si spegne lentamente formando una cenere chiara o marrone chiaro che ha un odore simile a quello della lana (la seta sintetica, poi, si distingue per l’odore pungente e acido); il cotone ha l’odore del legno bruciato o della carta e forma una cenere bianco-grigia che si dissolve facilmente.

LA LANA

uc La lana (di pecora, capra, cammello) resta la materia prima per eccellenza. È il materiale più utilizzato per il pelo e, talvolta, per le catene e la trama.
Le differenze tra le lane e la loro qualità, data dalla morbidezza, elasticità e lunghezza del pelo, dipendono da fattori diversi, come l’età dell’animale, la razza, il tipo di allevamento, la stagione in cui avviene la tosatura (quella primaverile dà la lana migliore), le varie parti del corpo (collo, pancia, zampe, spalle, dorso). Il colore naturale della lana varia dal giallo pallido dell’avorio al marrone scuro.
In Persia esistono diversi tipi di lana ricavata da pecore, capre, cammelli.
La lana di pecora è quella più generalmente utilizzata. La tosatura della lana avviene una volta all’anno, in primavera o all’inizio dell'estate. Presso le popolazioni nomadi, che eseguono tuttora il vecchio metodo, la tosatura della pecora si fa generalmente a primavera avanzata. La bestia prima della tosatura è sottoposta a un lavaggio sulle rive dei fiumi per togliere dal pelo la sporcizia e la polvere. Dopo la tosatura, fatta con delle cesoie, la lana viene lavata una seconda volta nel fiume o in grandi recipienti. Niente è più indicato dell’acqua dolce per pulire la lana e ogni tribù si tramanda per generazioni i ruscelli e stagni dove l’acqua è pura, corrente e priva di sostanze alcaline. Dopo averla lavata, la lana viene calpestata con i piedi e poi stesa ad asciugare all’aria. La cardatura della lana lavata si svolge tirando le fibre con un attrezzo di legno fornito di aghi o, molto più semplicemente, con le dita. Un altro sistema, assai antico, consiste nel garzare la lana facendo vibrare sopra di essa la corda di un arco di modo che le vibrazioni così prodotte separino le fibre. Quindi si procede alla fase della filatura, effettuata ancora con i metodi tradizionali. La filatura è infatti una sorta di passatempo familiare che, con l’esercizio, diventa automatico. Ogni membro della tribù si serve di attrezzi piccoli e leggeri. Con un semplice giro della mano si fa ruotare il fuso che avvolge le fibre della lana creando il filo. La torsione di ogni filo corrisponde alla direzione della filatura: in senso orario abbiamo una torsione a Z, in senso antiorario a S. La lana filata in questo modo è ancora oggi la più ricercata.
Nel mondo esistono dalle 350 alle 450 razze di pecore. Nell’Anatolia, in Turchia, esiste un tipo di pecora che sin dall’antichità aveva fama per la finezza delle sue lane. I paesi più importanti per l’allevamento ovino sono l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sudafrica, il Sudamerica, l’India, il Pakistan, gli Stati Uniti, la Russia e la Turchia. Mentre la lana del Khorassan è fine e morbida, nei territori del nord è piuttosto spessa e dura.
La lana di capra è utilizzata in particolare dai nomadi. In India furono prodotti esemplari bellissimi con il pelo soffice e finissimo delle capre Kashmir, mentre lana di capra più grossolana si ritrova nel pelo di molti tappeti spagnoli; il pelo lungo e robusto del manto viene spesso usato nei tappeti anatolici, persiani e afgani per le cimose laterali, le finiture e la struttura. Un particolare tipo di lana è prodotto nel territorio del Kirman: si tratta di una lana molto resistente e lucida che viene ricavata da capre bianchissime e dal pelo molto lungo e da un curioso tipo di pecora dalla coda e dorso adiposi. Quando i pascoli sono abbondanti l’animale concentra tutto il grasso nella coda formando una specie di fiocco, raggiungendo talvolta il peso di venti chili. Da questa pecora si ottiene una lana finissima e molto resistente. I tappeti dell’Asia centrale contengono molta lana di capra.
La lana di cammello è utilizzata dai nomadi nel suo colore originale. Si trova soprattutto in tappeti di produzione persiana, afgana e curda. Questa lana non prende bene il colore, per cui è lavorata nel suo colore originale che va dal marrone scuro al marrone chiaro. Viene prodotta nella regione di Hamadan e può essere usata sola o mescolata a quella di capra e di pecora.
Per alcuni tappeti di particolare finezza si usa la lana di agnello che rende assai morbida la superficie.
La lana tosata da animali morti (in persiano tabagi) non è mai stata usata per la tessitura dei tappeti orientali che, in genere, utilizzano lana di buona qualità.
Per la produzione dei tappeti in Oriente si usa di preferenza la lana di razze incrociate. Rispetto al cotone, la lana è meno soggetta a sporcarsi; inoltre non ha reazioni elettrostatiche ed è difficilmente infiammabile. Prende bene il colore, protegge dal caldo e dal freddo. Unico svantaggio è costituito dal fatto che attira molti insetti, soprattutto le tarme.

LA SETA

uc La seta è la fibra sottile e resistente che i bachi da seta producono per formare il bozzolo. Il baco da seta (Bombyx mori) è originario della Cina, dove il suo allevamento ed utilizzo ha una tradizione secolare. Nel 552 d.C. alcuni bozzoli furono trafugati dalla Cina e portati a Bisanzio dando così inizio alla produzione della seta nell’area mediterranea, in Italia e in Francia.
L’allevamento del baco da seta richiede un’alimentazione particolare (foglie di gelso), aria temperata e attenzione contro i parassiti. I bozzoli vengono raccolti e bolliti. Quindi la seta viene smatassata (una matassa può raggiungere la lunghezza di 4.000 m), lavata, sgommata, lisciata e filata. Solo un terzo della fibra originaria può essere trasformata in seta cruda e, dopo un altro esame, la quantità utilizzabile si riduce a un decimo di quella iniziale. Dunque gran parte della fibra va sprecata. Questo rende la seta ancora più preziosa.
La seta, che fu adoperata unicamente per i tappeti ad uso della corte persiana, caratterizza i tappeti di maggior finezza. Se di buona qualità, è un materiale piuttosto costoso. Tuttavia va ricordato che l’impiego della seta non comporta automaticamente la certezza della qualità del tappeto o un prezzo elevato.
Viene utilizzata soprattutto per le catene, la trama o il pelo. Con la trama e l’ordito pure in seta si raggiunge il massimo della finezza e della sontuosità, specialmente quando nelle trame si inseriscono fili d’oro e d’argento, i quali però rimangono volutamente scoperti. Alcuni preziosi tappeti sono caratterizzati dalla superficie in lana e trama e l’ordito in seta. L’accoppiamento dei due materiali rende possibile un’annodatura più fitta.
La seta è usata soprattutto per la sua resistenza, per la straordinaria bellezza e lucentezza del filato e per il fatto che non attira tarme e altri parassiti.

IL COTONE

uc Il cotone viene generalmente usato per le catene e la trama. I tappeti con la struttura in cotone sono più pesanti, più compatti e, se il cotone è protetto dall’umido, più resistenti di quelli in lana.
A volte, nei tappeti antichi (in particolare nei Kilim) si usava una piccola quantità di cotone bianco o azzurro per creare e mettere in evidenza i disegni.
Nel 1844 J. Mercer introdusse il metodo del trattamento a freddo del cotone in tensione con una soluzione di soda caustica in modo da ottenere una fibra più resistente, che prende meglio il colore.
L’uso del cotone per la produzione di tappeti è limitato soprattutto alle manifatture urbane dell’ultimo secolo. Oggi è frequente il suo impiego nei tappeti anatolici moderni.

STRUMENTI DI LAVORO
I TELAI

uc Ci sono telai di diversa grandezza e dotati di vari accorgimenti, ma quelli maggiormente utilizzati anche ai giorni nostri sono di due tipi: orizzontali (portatili) o verticali (semipermanenti, utilizzati nei villaggi).
Il telaio orizzontale di struttura molto semplice, è formato da due travi o subbi, fissate al suolo con dei picchetti, alle quali vengono allacciati i fili dell’ordito. Servendosi di un palo (liccio) collegato con i fili dell’ordito, l’artigiano può sollevare o abbassare i fili dell’ordito creando così quello spazio necessario a fare passare il filo della trama. Una volta assicurata la cimosa (o base d’inizio), l’artigiano comincia ad annodare dei fili corti e sottili (scelti in base al colore da impiegare) alle catene dell’ordito. Una volta completata la fila longitudinale dei nodi, passa al successivo filo della trama e prosegue allo stesso modo fino a completare il tappeto. Essendo estremamente leggero e maneggevole, il telaio orizzontale è facile da smontare e da trasportare poiché può essere caricato su un animale per essere trasportato e quindi rimontato nel luogo della nuova sosta. Ecco perché viene utilizzato per lo più dalle tribù nomadi per creare tappeti di piccole e medie dimensioni. Infatti mentre la lunghezza del tappeto può variare a piacere, la larghezza, servendosi di questo tipo di telaio, risulta piuttosto limitata.
Il telaio verticale può essere verticale fisso e verticale con subbi (travi) rotanti. È costruito in modo simile a quello orizzontale: due pali verticali ai quali sono fissate due travi trasversali, una in alto e una in basso, alle quali vengono fissati i fili dell’ordito. Quello verticale è il telaio più moderno perché consente di realizzare più tappeti alla volta e viene usato per la creazione di tappeti più pregiati e di maggiori dimensioni. La larghezza finale del tappeto dipende dal numero delle catene tese sul telaio e la sua lunghezza dal tipo di telaio utilizzato. L’artigiano, seduto su un asse di altezza regolabile, esegue i nodi partendo dal basso.
Oggi i moderni ateliers utilizzano dei cilindri mobili che consentono l’arrotolamento del tappeto per seguire l’avanzamento dell’opera e modificarne la lunghezza a volontà. Nei grandi telai lavora una persona ogni 70 cm circa.

ALTRI ATTREZZI UTILIZZATI

uc Anche se la tecnica di lavorazione si è andata perfezionando nel tempo, si sono continuati ad utilizzare i semplici strumenti dei tempi antichi. Per tagliare i fili viene utilizzato il coltello che può essere dritto o ricurvo oppure può avere alle estremità un uncinetto per fare i nodi. Altri strumenti sono: la lama, per il primo taglio dopo l’esecuzione del nodo; le forbici, che ricordano quelle dei sarti e possono avere varie dimensioni (ad esempio lunghe, ricurve, grosse) e che sono usate per la rasatura; il pettine che serve per serrare i nodi e la trama.

LA TESSITURA

uc La tessitura avviene utilizzando i telai. Il primo passo nella lavorazione di un tappeto consiste nel tessere il bordo, o cimosa (Kilim) che di solito è lunga dai 3 ai 4 cm e che serve a trattenere i nodi. La cimosa del tappeto è un elemento molto importante perché ne determina la solidità. In genere per questa fascia del tappeto si utilizza la tecnica del Kilim: all’ordito si intrecciano trame di vario colore che vengono fatte passare sopra e sotto le catene, serrando le trame tra loro.
I fili tesi uniformemente dal basso verso l’alto alle estremità del telaio (subbi) costituiscono l’ordito del manufatto. L’ordito è formato dai fili paralleli (detti catene), disposti in lunghezza, sui quali vengono fissati i nodi (ogni nodo su due catene). Le catene possono essere di lana, cotone o seta, a seconda della regione di provenienza. Esse formano le frange e sono tese sul telaio costituendo il supporto principale del tappeto.
Tra loro corrono in linea orizzontale i fili della trama. Si tratta dell’insieme di fili (i quali sono della stessa materia impiegata per le catene) che passano trasversalmente tra le catene, incrociandole.
La controtrama è, invece, l’insieme di fili che bloccano la trama fra i nodi passando in senso inverso. I fili della controtrama sono molto più piccoli di quelli della trama.
I materiali usati per la tessitura (ordito e trama) sono in genere materiali grezzi soprattutto cotone ma anche lana e, per i più pregiati, la seta.
Quando l’ordito è di cotone, la cimosa è bianca. Se invece l’ordito è di lana, la cimosa è color lana naturale o colorata. Se la cimosa è robusta ed integra il tappeto manterrà una buona conservazione nel tempo.

L’ANNODATURA

uc Dopo la cimosa si esegue l’annodatura (quella fase della lavorazione che distingue il tappeto da qualsiasi altro genere di tessuto), una tecnica artigianale fra le più semplici che è rimasta sostanzialmente immutata nel tempo.
Dopo ogni fila di nodi si lasciano sempre, in linea orizzontale, due o più fili di trama che sono molto compressi contro i nodi con un pettine di legno o di metallo affinché il manufatto sia compatto e resistente. I nodi che formano il vello o pelo del tappeto si legano sui fili dell’ordito. Effettuato il nodo, il pelo si tira verso il basso in modo da dare il “verso” al tappeto che acquisterà toni diversi secondo l’angolo di visuale dal quale si osserva.

I NODI PRINCIPALI

uc Caratteristica del tappeto (a differenza degli arazzi, dei Kilim e dei tessuti) è il fatto che alle catene dell’ordito vengono legati dei corti fili che vanno a costituire il pelo, o vello.
I tipi di nodi prevalentemente adottati sono essenzialmente due: il Senneh (Farsbaf), detto anche “nodo persiano”, e quello più semplice detto Ghiordes (Turkbaf), o “nodo turco”, nel quale i fili che separano le righe (nel senso della larghezza del tappeto) sono più grossi e i due fili terminali riescono dal collo del nodo.
Il nodo persiano, essenzialmente asimmetrico, risulta più adatto ai disegni curvilinei. Prende il nome dall’odierna Sanandaj, città del Kurdistan iraniano. È realizzato in modo che un capo del filo sia intrecciato a una catena dell’ordito ed emerga tra questa e quella vicina, mentre l’altro capo del filo emerge tra la seconda catena dell’ordito e quella che nel successivo nodo avrà l’intreccio. Questo nodo viene utilizzato dagli artigiani iraniani, cinesi e indiani.
Il nodo turco, denominato Ghiordes (città anatolica dove Alessandro sciolse l’omonimo, famosissimo, nodo) consiste nell’intrecciare i due capi del filo a due catene contigue dell’ordito con i capi che emergono dallo spazio compreso tra le due catene alle quali sono legati. Questo nodo viene usato in Turchia e nell’area caucasica e offre una maggiore solidità e stabilità al tappeto.
In tappeti di qualità più modesta viene invece eseguito il nodo jufti ilmeh formato da nodi Senneh o Ghiordes serrati ognuno non su due fili d’ordito ma su quattro. L’annodatura jufti è nota anche come “doppio nodo” o “nodo fraudolento”. In pratica si tratta di eseguire il nodo, del tipo turco o persiano, invece che su due catene, su tre o quattro, risparmiando tempo e materiali. Purtroppo in questo modo il tappeto realizzato risulta meno bello e solido. Anche se viene penalizzata la resistenza del tappeto sicuramente l’esecuzione sarà più veloce e con un minor consumo di lana.
Esiste anche un sistema di annodatura definito arabo-spagnolo, usato solo in Spagna e consistente nell’intrecciare il filo ad una sola catena dell’ordito con i due capi che si incrociano sul retro della catena per riemergere davanti.
Spesso si sostiene che un tappeto con una maggiore densità di nodi (che nel commercio internazionale dei tappeti viene calcolata per decimetro quadrato) sia più pregiato di altri con una densità minore: le cose non stanno sempre così, perché va sempre ricordato che, come per ogni oggetto d’arte, a determinare il valore del tappeto più che la densità dei nodi conta l’abilità, il gusto e la sensibilità dell’artigiano che lo ha realizzato. In settantun giorni e quattro ore viene eseguito un tappeto di 6 metri quadri, prodotto da tre artigiani nello stesso tempo (considerato che ogni artigiano esegue circa 14.000 nodi giornalieri e che per ogni metro quadro di tappeto vi sono 500.000 nodi).

LA RASATURA

uc Una volta terminato il tappeto si passa alla rasatura, con l’aiuto di una cesoia ricurva, per ottenere una superficie soffice ed uniforme.
Si tratta di una fase di lavorazione assai delicata che richiede una eccezionale abilità. Infatti, se la decorazione è rasata troppo alta, manca di nitidezza; se è rasata troppo corta, manca di solidità. La rasatura viene fatta sia giornalmente, dopo pochi nodi effettuati, che settimanalmente. Il pelo, o vello, è costituito dalle estremità dei fili di lana, seta o cotone che emergono dai nodi fatti attorno alle catene. Questi fili vengono tagliati e resi uguali una volta che il tappeto è terminato. La rasatura lascia il pelo del tappeto più, o meno alto, e dona nitidezza e rilievo a colori e disegni. Più è bassa la rasatura più il tappeto è pregiato perché risaltano i particolari del disegno. L’altezza del pelo, infatti, dipende dalla qualità, dai materiali e dal numero di nodi del tappeto e può variare da 4 a 30 millimetri, anche se mediamente va da 7 a 10 millimetri.

LA TINTURA

uc Il principio di base nella fase di tintura, consiste nel diluire il colore in acqua bollente e nell’immergere in essa uno ad uno i fili di lana, tenendola sotto ebollizione più o meno a lungo. Dopo averli fatti asciugare al sole ognuno avrà diverse gradazioni di una stessa tonalità.
Per fissare i coloranti (sia quelli naturali che quelli sintetici) e fare in modo che abbiano presa sul filo, bisogna utilizzare una sostanza che favorisca tale azione. Il risultato migliore lo si ottiene applicando il fissante prima della tintura. Tuttavia il suo impiego può anche essere fatto durante o dopo la tintura. Uno stesso colorante fornisce delle tinte diverse a seconda del mordente impiegato. Nell’antichità i fissanti utilizzati erano la cenere di legno e di radice, l’urina, il solfato di alluminio, alcune foglie o alcuni frutti. Oggi si utilizzano l’acido acetico, la soda caustica, i sali metallici d’alluminio, cromo, ferro e stagno.
Quando le tribù nomadi cominciano a lavorare un tappeto non sempre calcolano con esattezza la quantità necessaria delle lane tinte; con l’esaurirsi della lana di un dato colore, per compiere l’opera si deve tingerne della nuova ed è assai difficile riuscire ad ottenere la stessa gradazione. Tale inconveniente diventa spesso un pretesto per il tessitore per ottenere particolari effetti pittorici. Questa è la causa delle diversità cromatiche che si riscontrano nei tappeti, che vengono detti striati (o abrash) e che, nonostante l’anomalia cromatica, nulla perdono del loro pregio; anzi la striatura, per il conoscitore costituisce una singolare attrattiva.
In tutte le culture preindustriali l’arte della tintura era un lavoro assai impegnativo, del quale ogni artigiano conservava gelosamente il segreto che veniva tramandato di generazione in generazione. Certi popoli o regioni si erano guadagnati una meritata fama per i loro coloranti: per esempio i Fenici erano assai considerati per il loro rosso porpora, la valle dell’Indo era particolarmente nota per i suoi rossi e i suoi blu.

COLORI NATURALI E SINTETICI

uc Uno dei pregi maggiori del tappeto orientale sta nella seducente bellezza delle tinte e della loro armoniosa fusione. I popoli dell’Asia nel tingere le lane ottengono sfumature calde, smaglianti, sobrie che combinate nella fantasiosa disposizione del disegno, animano il tappeto con giochi di colorazione suggestiva e del tutto inconfondibili.
I colori dei tappeti persiani ancora oggi sono ottenuti con procedimenti naturali che risalgono ai tempi antichi. Infatti i coloranti usati nella tintura delle lane sono d’origine animale, vegetale e minerale.
Per ottenere il bianco viene usata la lana naturale.
Quella di cammello allo stato naturale, ricca fra l’altro di gradazioni, serve invece per ottenere il bruno rossastro.
Il verde si estrae, oltre che da una infinita varietà di foglie, dal mallo delle noci. I toni migliori si ottengono con le bacche delle Ramnacee, come il Rhamnus chlorphorus e il Ramnus utilis. Il bellissimo verde Nilo viene ricavato dalla isparag, una pianta da latice che cresce spontanea in clima secco-arido. Però il metodo più usato per ottenere il verde è quello di colorare le fibre prima in giallo e poi col blu.
Il blu è ricavato dalle foglie dell’Indigofera tinctoria tenute a bagno nell’acqua (attraverso processi di fermentazione e ossidazione le fibre acquistano il colore) e dalla distillazione della scorza dell’indaco, usato anche dagli antichi egizi e che cresce rigoglioso in Cina e in India.
Dallo zafferano (impiegato in particolare per la tintura della seta), dalle bucce di melograno seccate e polverizzate, dagli estratti di legno e dalle foglie secche di vite viene ottenuto il giallo. Il giallo rossastro si ottiene dallo zafferano selvatico, mentre dallo zafferano domestico si ricava il giallo puro. Invece un giallo chiaro si ottiene dalla distillazione della radice di kurkuma.
Il rosso viene estratto dalla robbia tinctoria (o “rubiatinctorum”), pianta assai comune in Persia e in tutto l’Oriente, la cui radice dona un rosso mattone che varia di gradazione secondo il luogo di provenienza. La pianta veniva tagliata in autunno, le radici seccate, sbucciate e polverizzate. Il rosso carminio si ricava, dal succo di ciliegia, dai petali di alcuni fiori, da due varietà di cocciniglia e da altri insetti. Una volta catturati, gli insetti venivano uccisi (con l’immersione in acqua bollente o in aceto), seccati e sbriciolati. Il cinabro è un colorante rosso arancio che si ottiene da una resina proveniente da Zanzibar, nota con il nome di “sangue di drago”. Un rosso scuro era invece ottenuto con la henné, una polvere ricavata dal ligustro egiziano, una pianta tanto cara alla cosmesi orientale.
Per ottenere il marrone scuro viene usato il mallo della noce o le bucce di melograno tritate e bollite per diverse ore.
Non è invece molto usato il nero in quanto, essendo ricavato dall’ossido di ferro, risulta poco resistente nel tempo. Il nero è la sola tinta ricavata da minerali. Tuttavia si può ricavare anche da una doppia tintura: prima con henné e successivamente con l’indaco.
Per ottenere tutte le tonalità e le sfumature desiderabili gli orientali usano questi colori accortamente diluiti e sapientemente miscelati. I colori oltre ad avere un valore decorativo hanno anche un valore simbolico: il bianco ad esempio, esprime dolore, il rosso ricchezza e gioia.
Fino alla metà dell’800 si conoscevano solo coloranti di origine animale, vegetale e minerale. L’uso delle tinture sintetiche viene adottato tra la fine del 1800 e gli inizi del 1900 grazie alla scoperta avvenuta in Inghilterra, nel 1856, ad opera del chimico sir William che sintetizzò il primo colore all’anilina (un derivato del benzene). Questa fu una vera e propria rivoluzione che abbassò notevolmente il costo dei coloranti per i tessitori. I coloranti chimici, disponibili in varie tonalità, erano infatti veloci e semplici da usare anche se erano molto inferiori ai coloranti naturali per quanto riguarda la resistenza delle fibre, il loro colore e la possibilità di ottenere diverse gradazioni di toni. L’uso di coloranti chimici realizzati con l’anilina si diffuse rapidamente, a partire dal 1865.
Qualche decina di anni fa sono stati messi a punto dei colori, mordancè al cromo, la cui qualità è talmente alta che si confondono con i coloranti naturali.
Oggi i coloranti sintetici sono i più diffusi nella produzione dei tappeti. Alcuni anni fa, la Persia tentò di frenare l’invasione dal colorante chimico. Tuttavia prevalse il basso prezzo e l’assoluta praticità che fa risparmiare tempo e fatica (considerando il faticoso lavoro richiesto dall’annodatura che richiede quaranta, cinquanta nodi al centimetro quadrato e più). Se si pensa al continuo e paziente cambio di lane imposto dal disegno, possiamo capire la loro rinuncia alle antiche formule asiatiche.

LE PIANTE USATE PER LA TINTURA

uc Curcuma: pianta appartenente alla famiglia delle Zingiberacee che comprende erbe rizomatose dalle lunghe foglie semplici e dai fiori disposti in densi grappoli spiciformi. Si trovano nell’Asia tropicale. Dalla Curcuma longa, coltivata in India, si ricava una materia colorante gialla, la curcumina, che si adopera in tintoria.
Indaco: è una sostanza colorante azzurra, conosciuta e impiegata sin dalla più remota antichità. Ancora oggi è uno dei coloranti più importanti. Indaco naturale: è contenuto sotto forma di glucoside indacano in diverse piante del genere Indigofera (Indigofera Tinctoria, Leptostachya, ecc.), che crescono in India, Cina e in altre regioni tropicali e subtropicali; in Europa si coltivava un tempo per l’estrazione dell’Indaco l’Isatis tinctoria (guado dei tintori). Si estrae lasciando macerare in acqua le foglie o l’intera pianta raccolta nel periodo della fioritura. Sotto l’azione di enzimi contenuti nella stessa pianta l’indacano si scinde in glucosio e indosile che, per azione dell’aria, si ossida a indaco che si separa in fiocchi azzurri. Oltre alla sostanza colorante azzurra (detta indigotina o blu d’indaco), che ne è il costituente principale, l’indaco naturale contiene anche quantità più o meno grandi di indirubina (o rosso d’indaco), sostanza colorante rossa, di bruno d’indaco, sostanza bruna solubile in acqua, di canferolo, o giallo d’indaco, un derivato flavonico, di sostanze azotate (glutine d’indaco) e di ceneri.
Mallo: è la buccia che riveste il guscio legnoso delle noci; dapprima è verde punteggiata di nero, poi a maturità si fende e si distacca, annerendo completamente. Ha sapore acerbo e aspro e poco odore. Botanicamente il mallo è una parte del frutto della noce essendo infatti costituito dall’esocarpo e mesocarpo; l’endocarpio invece lignificandosi è andato a costituire il guscio sopracitato. Nel mallo si trova un principio acre e amaro (inglandina) il quale sotto l’azione prolungata dell’aria e dell’umidità si trasforma in una sostanza nera, insipida, insolubile. Nel mallo si trova inoltre un particolare tannino sotto forma di un composto simile all’acido pirogallico, il quale si colora pure in nero all’aria. Per tali sostanze la buccia della noce viene utilizzata per tingere capelli, per rinvigorire e uniformare la colorazione dei legnami, come colorante di tessuti.
Robbia: con questo nome e con quello di garanza si indica la radice macinata della Rubia Tinctorum, pianta erbacea perenne delle Rubiacee, coltivata per le sue proprietà tintorie (in varie gradazioni di rosso), fin dalla più remota antichità in India, Persia, Egitto. Nota ai Greci e ai Romani venne introdotta dall’oriente in tutta Italia e Francia: nel 1600 venne coltivata nell’Alsazia, in Slesia, in Olanda. Dopo il 1870, in seguito alla preparazione sintetica della alizarina (C14 H8 O4), il prodotto viene venduto in pasta al 20-40% per tingere lana, seta e cotone (il cotone deve essere prima inzuppato in olio per rosso turco o solforicinato, principio colorante della robbia). Presto la sua importanza declinò e la coltivazione è ora praticata solo in oriente. La Rubia Tinctorum ha fusto sottile quadrangolare, piccole foglie lanceolate, riunite in verticilli, fiori gialli terminali, radici numerose e ramificate. La radice fresca è cilindrica, lunga 20-30 cm., spessa 1-2 cm., con una cuticola di colore bruno rossiccio cui segue uno strato giallo. Le radici vecchie contengono una quantità maggiore di quelle giovani di colorante Per questo motivo vengono raccolte nel terzo anno di vita (colorante 2%). Dopo essiccamento e macinazione, forma una polvere color zafferano.
Zafferano: nome che designa propriamente gli stimmi del fiore di Crocus Sativus (fam. Iridecee); per estensione lo si usa per indicare la pianta stessa, che è alta una decina di centimetri, dotata di bulbo-tubero rotondeggiante, carnoso, ricco di amido, rivestito di tuniche membranose brune; tale bulbo (che si pianta solitamente in luglio-agosto) produce dapprima un ciuffo di foglie erette, lineari, nel cui centro si forma lo scapo fiorale, per lo più uniflor. La fioritura avviene in autunno. Lo zafferano, noto sin dall’antichità (è menzionato già in un papiro egiziano del 1550 a.C.), coltivato in Spagna sin dal X secolo, oggi si coltiva principalmente in Francia, Spagna, Jugoslavia (Macedonia), Russia, Iran, Italia (specialmente in Abruzzo). La raccolta dei fiori deve avvenire la mattina prima delle 10 (più tardi gli stimmi appassiscono); si staccano gli stimmi con le unghie e si seccano con opportune cautele (se la temperatura è troppo alta lo Zafferano diventa nero o turchino scuro, se troppo bassa ammuffisce). Occorrono 80 Kg. di prodotto fresco per ottenere 1 Kg. di Zafferano commerciale. Per essere considerato un buon prodotto 1 mg. di Zafferano deve colorare sensibilmente 700 g. di acqua. L’elemento colorante è un glucoside: la crocina.

IL DISEGNO

uc Un ruolo molto importante nel tappeto è quello del disegno. Esso può essere geometrico o curvilineo (floreale). L’artista orientale è maestro nell’intrecciare forme e motivi, disegni e simboli, presi dalla tradizione e filtrati dalla sua fantasia.
Riconoscere i motivi che possono essere di campo e di bordura, significa leggere un tappeto, comprenderne i significati.
Il motivo boteh, noto anche come disegno kashmir, è uno dei motivi più largamente usati nei tappeti orientali. L’origine del disegno è molto remota, ne furono ritrovate forme ritagliate in cuoio nelle tombe della vallata di Pazyryk. Alcuni hanno riconosciuto nel boteh una mandorla, altri i fiori della palma. L’ipotesi più probabile è però quella che lega il motivo boteh alla forma di cipresso.
I vari centri di produzione, i gruppi di origine (Persia, Caucaso, Asia Centrale, Cina, Asia minore) e l’epoca di un tappeto possono essere distinti in base all’infinità varietà dei disegni. Infatti ogni regione svolge una propria concezione geometrica con delle proprie caratteristiche, fedele alle proprie tradizioni. Ogni motivo ha un significato particolare che si tramanda di generazione in generazione ed è rivelatore della origini di ciascuna famiglia di tappeti. Naturalmente questo vale solo per i tappeti antichi o vecchi perché i paesi in cui non c’è una tradizione secolare del tappeto prendono in prestito i disegni e li applicano ai loro tappeti. Alcuni commercianti disonesti, infatti, ne approfittano vendendo questi tappeti al posto di quelli originali (per esempio, Tabrizbaf che non è Tabriz ma bensì bulgaro; Nainbaf che è pakistano; i Bukara che sono spesso fatti in Pakistan).
Le popolazioni musulmane ortodosse erano sottoposte ad alcune limitazioni in campo figurativo. Infatti l’influenza religiosa imponeva la rinuncia a dipingere figure umane. Era permesso raffigurare solo alberi, fiori e oggetti inanimati.
Così non fu per la Persia che, avendo abbracciato la religione islamica sciita, ha potuto raffigurare tranquillamente nei suoi tappeti centinaia di figure umane e di animali. Il tappeto persiano si stacca completamente da quello annodato nelle altre regioni. Il suo disegno è un insieme armonico, leggiadro e allo stesso tempo vigoroso, con la preziosità di una miniatura. Su un vecchio tappeto del sec. XVI troviamo scritto “Questo non è un tappeto, è una rosa bianca, è un parato che somiglia agli occhi dalle vere Uri”.
Nei tappeti caucasici i disegni prevalenti sono caratterizzati da motivi geometrici, figure umane, di animali e fiori, sparsi senza ordine nel campo fitto di piccoli rombi, di stelle a punta di quadrati, di triangoli e di altri motivi disposti asimmetricamente. Fanno eccezione i tappeti Kasak a disegni piuttosto grandi e a larghe linee.
I tappeti dell’Asia centrale o del Turkestan si attenengono a motivi geometrici caratterizzati da simmetria e regolarità sia nella forma che nella disposizione. La così detta zampa di elefante è un disegno molto ricorrente nei tappeti turcomanni, specialmente su quelli Bukara.
I disegni dei tappeti dell’Asia minore sono molto vari: disegni a linee spezzate, figure stilizzate, quasi geometriche, tanto da confondersi con la produzione caucasica. La decorazione è spesso di tipo floreale con derivazione persiana. I tappeti da preghiera sono originari dell’Asia minore. Questi offrono disegni architettonici assai vicini all’arte araba, con un arco moresco sostenuto da esili colonne che nel simbolismo islamico corrisponde alla nicchia del mistico Mihrab della moschea.

IL LAVAGGIO

uc L’ultima operazione nella creazione di un tappeto è costituita dal lavaggio. È una fase molto importante perché conferisce brillantezza e vivacità alle tinte.
Un tempo non si procedeva al lavaggio del tappeto ma lo si stendeva sulle strade e sulle piazze perché fosse calpestato; poi veniva battuto e pulito con acqua e aceto e, sotto la pressione d’alcuni pesi, trascinato con animali da tiro su un prato rugiadoso. Ancora oggi, per ravvivare i colori, si lascia il tappeto capovolto sull’erba rugiadosa.

LE FASI DI COSTRUZIONE

uc Le immagini sottostanti mostrano tutte le fasi che occorrono per la costruzione di questi meravigliosi esemplari.

FASE 1
La fase di progettazione

FASE 2
La scelta dei colori

FASE 3
La tintura dei filati di lana

FASE 4
La filatura su telaio

FASE 5
Il fissaggio dei colori

FASE 6
Il lavaggio

FASE 7
L’asciugamento

FASE 8
La piegatura

FASE 9
L’essiccazione

FASE 10
Il controllo dei punti

FASE 11
La correzione

FASE 12
La finitura

First Published: Tue, 21 Jan 2003 10:00:00 GMT

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  2. Prima Pubblicazione: Tue, 21 Jan 2003 10:00:00 GMT

  3. Dati Aggiornati al Sun, 28 Mar 2004 14:00:00 GMT

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